04/062018
Politica Redazione MPN

Uomini soli

Il 23 maggio 2018, ricordiamo l'assassinio del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il 23 maggio 2018 ricordiamo come ormai 26 anni fa lo Stato venisse colpito a morte da un nemico vigliacco ma potente: la mafia.
     57 giorni dopo quel terribile 23 maggio cadeva un altro servitore dello Stato: in via D'Amelio veniva ucciso anche Paolo Borsellino.
L''Italia si accorgeva solo allora di avere perso molto più di due formidabili servitori dello Stato: erano morti due Eroi. Il nostro, però, è un paese dove il valore delle persone lo si riconosce solo una volta che queste non ci sono più.
     Come tutti gli anni, giustamente, istituzioni, uomini politici, magistrati si affannano a ricordare quanto grandi e coraggiosi fossero questi servitori dello Stato.
Viene però da chiedersi perché quando nel giugno del 1989 all'Addaura, dove Falcone aveva preso una villa in affitto, venivano ritrovate 58 cartucce di esplosivo nessuno si era affannato a difendere il giudice. Lo si era al contrario tacciato di protagonismo arrivando ad ipotizzare persino che lo sventato attentato fosse una messa in scena architettata dallo stesso magistrato per ottenere maggiore visibilità.
     Dove erano gli encomi, le lodi e gli attestati di stima quando in diretta Tv Falcone veniva tacciato di ledere la dignità della Sicilia con infondate maldicenze e chiacchiere sulla mafia?
     Dove erano le istituzioni quando nel corso di una trasmissione nel 1992 Falcone veniva accusato di essere un protetto, addirittura quasi "colpevole" di essere ancora vivo.
     Allora Falcone soffriva di protagonismo, Falcone si era montato la testa, Falcone aveva inventato e dato vita ad un mostro che non esisteva per puro interesse; quel mostro però il 23 maggio lo ha fatto saltare in aria e lo ha ucciso.
Il 19 luglio anche Paolo Borsellino, anche lui col chiodo fisso della mafia, veniva lasciato morire. Forse ancora più platealmente. Le numerose e ripetute richieste degli agenti di scorta di eliminare le auto nei pressi della casa della madre del giudice rimasero inascoltate. E Borsellino morì. E con lui la poca, se non nulla credibilità rimasta allo Stato.
     In Italia anche se grossi passi avanti sono stati fatti nel creare una coscienza popolare contro la criminalità organizzata e contro il marcio( buona parte, se non tutto il merito va agli Eroi che hanno combattuto dando la vita) di mafia ancora si muore. Ogni giorno.
Perché la mafia non è solo quella del boss armato di tritolo o del latitante fiero di riuscire a scappare alle grinfie delle forze dell'ordine: la mafia è l'idea che le regole valgano solo per gli altri, la mafia è pensare di arrivare dove si vuole grazie alle raccomandazioni, la mafia è accettare di girarsi dall'altra parte perché fa comodo.
     Il 23 maggio ci deve insegnare a non lasciare soli coloro i quali lottano per curare questo odioso cancro, ci deve insegnare a non gettare fango sugli uomini delle istituzioni che cercano la verità, ci deve insegnare a diffidare di falsi maestri che ostacolano l'operato di chi lo Stato lo serve preferendo, piuttosto, stare dalla parte di chi si serve dello Stato.
     Sperando che, un giorno, impareremo a riconoscere il valore degli Uomini da vivi prima di piangere sulle loro tombe.

 

Stefano Lioy