13/032018
Esteri Redazione MPN

Afghanistan: violenza senza fine

Analizzando il complesso e violento scenario afghano è difficile non notare come il paese sia attraversato da una spirale di violenza che sembra essere destinata a non esaurirsi; nonostante il forte impegno internazionale( prima con ISAF terminata il 31 dicembre 2014 e dal 1 gennaio 2015 con l'operazione a guida NATO Resolute Support), il conflitto civile che insanguina il paese sembra non avere tregua. Nel solo mese di gennaio 2018 quattro attentati hanno causato morte e distruzione: il 20 gennaio l'attacco all'Hotel Intercontinental di Kabul rivendicato dai Talebani ha causato 23 morti, quattro giorni dopo è toccato alla sede della NGO Save the Children a Jalalabad, il 27 gennaio 95 vittime sono state uccise da un attacco kamikaze con una autoambulanza nel centro di Kabul e il 28 gennaio Daesh ha attaccato l'accademia militare sita nella città.
     L'Afghanistan è l'esempio cristallino del fallimento di quelle operazioni di peacebuilding che mirano ad una pace liberale troppo spesso caratterizzata da aspetti fortemente illiberali; la trasposizione di valori tipicamente occidentali in paesi culturalmente e intrinsecamente diversi per usi e costumi è un chiaro esempio. Nel pianificare ed attuare una strategia di state-building nella zona non si è tenuto conto degli effetti che un intervento militare internazionale avrebbe provocato in un paese retto da un governo, quello talebano, fortemente connotato da un sentimento di astio nei confronti della coalizione percepita come elemento ostile. Il fallimento dell'impegno della Comunità Internazionale volto alla stabilizzazione della zona era facilmente pronosticabile: l'Afghanistan era e continua ad essere un territorio ad elevato tasso di insicurezza e instabilità dove ad essere prese di mira sono le NGO operanti nella zona, unico vero tentativo di supplire alle mancanze di uno stato debole e malfunzionante.
     Dal 2014 il paese è retto da un governo bicefalo di unità nazionale che vede in Ghani il presidente e in Abdullah Abdullah il capo dell'esecutivo; tale divisione del potere è stata voluta dall'ex segretario di Stato USA John Kerry al fine di superare lo stallo che ha seguito il momento seguente alle elezioni che avevano visto continue e reciproche accuse di brogli da parte dei due candidati. La strategia statunitense, tuttavia, non ha dato i frutti sperati: ad oggi l'Afghanistan è fortemente dipendente dagli aiuti della Comunità Internazionale che spesso si traducono in risorse destinate ai traffici illeciti e al proliferare di gruppi non statali impegnati a minare la credibilità e l'efficacia del governo.
     Tra questi, i Talebani, al governo dal 1996 al 2001, a maggioranza pashtun e strutturati su una fitta rete di affiliazioni etniche, familiari e tribali, sono fortemente connotati da un islamismo intriso di una tradizione tribale con un forte rimando alla jihad. Dal 2003 il movimento talebano ha acquisito un notevole controllo del territorio in un'ottica di delegittimazione e destabilizzazione di un governo visto come illegittimo e imposto dagli invasori occidentali. L'instabilità della zona è poi acuita dalla presenza e dall'attivismo di Daesh nella sua filiale locale Khorasan, che esprime, attraverso il terrore, la sua vocazione globale per il trionfo della jihad e del Califfato.
     Ad Agosto 2017 il presidente statunitense Donald Trump ha messo in campo una nuova strategia per garantire maggiore sicurezza e stabilità in Afghanistan. Se in un primo momento l'inquilino della Casa Bianca si era espresso per un graduale ritiro truppe, più recentemente, su consiglio dei suoi collaboratori, ha deciso di non vanificare lo sforzo profuso dal 2001 definendo un mandato chiaro per le truppe USA basato sul raggiungimento di obiettivi precisi. Quasi 4000 uomini si sono aggiunti ai circa 7000 già presenti e ai quasi 14000 inquadrati nelle file della coalizione internazionale.
Le difficoltà e le incertezze dimostrate dalla Comunità Internazionale hanno dimostrato la poca lungimiranza nel creare un'alternativa politica credibile ai talebani in un'ottica di un vero e proprio processo di nation building di cui si continua a sentire una forte mancanza.

 

Stefano Lioy