09/072017
News MPN Alessandro Dalpasso

CHARLIE, RIINA E LA PARTE SBAGLIATA DI OGNI STORIA

CHARLIE, RIINA E LA PARTE SBAGLIATA DI OGNI STORIA 

È inutile girarci attorno: c’è una parte giusta e una sbagliata in ogni storia. 
Siamo uomini e siamo donne come lo eravamo migliaia di anni fa, abbiamo cambiato la cornice ma il ritratto è sempre quello. E sempre allo stesso modo reagiamo davanti ai fatti che ci colpiscono: in un modo che riteniamo giusto, un sentimento “di pancia” che ci porta a reagire giustamente, d’istinto. 
Giustamente un paio di settimane fa da qualche parte nel nostro Io c’era quella giusta vocina che ci diceva: “è bene che quel bastardo di Totò Riina muoia tra atroci sofferenze in carcere”. Ogni volta che ci veniva riproposto da qualche pennivendolo un macabro aneddoto della sua vita criminale abbiamo, giustamente, pensato: “ecco, lui l’ha fatto! È giusto che per contrappasso provi anche lui cosa significhi soffrire e morire”. 
Giustamente poi, venerdì scorso, ci siamo indignati per qualche secondo, minuto, ora nei confronti della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Come poteva una Corte che porta quel nome emettere una sentenza che dava ragione a dei medici che volevano “staccare la spina” ad un bambino di pochi mesi? 

Ma usciti da questo primo, istintivo, pensiero, è davvero giusto, nel vero senso etimologico del termine, tutto questo? 
Ci provo, sperando di non offendere nessuno e partendo dalla prima delle due vicende che ho citato.
La Corte di Cassazione non ha detto né che Riina andrebbe scarcerato né che le sue condizioni sono incompatibili con la reclusione. Si è bensì limitata a dire che le motivazioni del Tribunale di sorveglianza sono in alcune parti "carenti" e che rischiano di sfociare in contraddizioni. Gli chiede inoltre di motivare l'attuale "stato di pericolosità" del detenuto. Non ha dato giudizi di merito, ha semplicemente intimato al Tribunale di verificare il perdurare della, appunto, pericolosità del soggetto e che le sue condizioni di salute siano compatibili con la reclusione. Nel caso questi elementi non fossero più presenti Riina finirà di scontare la sua pena in un ambiente dove sarà possibile somministrargli le cure di cui ha bisogno. Perché? Perché è giusto così! Ma giusto per davvero stavolta. Perché lo dice la nostra Costituzione al suo articolo 27, e perché lo dicono tutti i testi internazionali in materia (vale la pena ricordare la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, sulla quale torneremo dopo). Detto questo, una cosa è bene sia chiara: Riina ha gli stessi diritti che avete voi. Abbiamo tutti gli stessi diritti ed è un concetto cardine del diritto, forse in questo caso un po' "fastidioso", ma è così. Punto. In conseguenza di questo, ed è il punto cruciale, il nostro diritto deve essere, anche e soprattutto in questo caso, severo, ma non vendicativo. Non possiamo pensare che i diritti di taluni diminuiscano in funzione dei crimini che hanno commesso, né che per le atrocità delle azioni che hanno compiuto allora la sanzione non debba rispettare la legge del nostro Paese prima, ed internazionale poi. Tanto varrebbe, in caso contrario, tornare alla legge del taglione e al guidrigildo. Letta così la vicenda è molto semplice, davvero. Tutto il resto sono titoli per beccare clic e chiasso elettorale.

Passiamo al caso di cronaca più recente: la storia del piccolo Charlie Gard, bambino inglese nato il 4 agosto scorso e che dall’11 ottobre si trova in terapia intensiva per una malattia mitocondriale rarissima (causata dalla mutazione del gene RRM2B, 16 casi in tutto il mondo). 
I medici che hanno in cura il bambino vogliono interrompere le cure e lasciare la malattia proseguire il suo corso naturale. Ora immaginate di essere attaccati ad un tubo, con speranze di guarigione ridotte allo 0, nutriti e ventilati artificialmente perché non riuscite a respirare e a deglutire. Ora immaginate tutto questo, ma subito da una creaturina di circa 3 kg. Spezza il cuore. Ma ad un certo punto bisogna prendere atto che la Natura non sempre è giusta, lei davvero no, e a volte, anche se viviamo nel 2017 e siamo convinti che tutto sia possibile, non c’è più nulla da fare di fronte alla sofferenza. Si, perché questo bambino soffre, soffre terribilmente e lo dimostrano gli ECG e i vari esami a cui è sottoposto quotidianamente al GOS Hospital. È straziante ed è ingiusto, ed è per questo che i medici hanno chiesto che si interrompessero le cure e si iniziasse una terapia palliativa contestualmente ad un monitoraggio degli ultimi momenti di Charlie per evitargli ulteriori inutili sofferenze. 
Protrarre questi trattamenti non ha alcuno scopo. Significa solo procrastinare un decesso inevitabile e, facendo soffrire senza alcuno scopo, prolungare una vita naturalmente destinata a spegnersi, attraverso atti medici estremamente invasivi e dolorosi. Perché nonostante tutti i buonismi letti in questi giorni il piccolo Charlie non stava vivendo, il piccolo Charlie stava morendo. Dal momento in cui è venuto al mondo.
L’ho detto e lo ripeto, è devastante anche solo pensarlo e, se mai avrò la fortuna di essere un genitore, non vorrei mai essere nella situazione di vedere mio figlio spegnersi lentamente. 
Ma noi, in questa vicenda, abbiamo una grandissima fortuna. Non siamo i genitori di Charlie. Abbiamo quindi il dovere di essere lucidi. 
Dobbiamo quindi rassegnarci al fatto che nessuna corte ha deciso che Charlie dovesse morire: non l’hanno deciso i medici, non l’ha deciso la Corte Suprema Inglese e non l’ha deciso tantomeno la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Il fatto che Charlie dovesse morire l’ha deciso la gravità della sua malattia, mentre in questi giorni si è solamente deciso che dovesse morire senza soffrire (perché sarebbe bene ricordarsi che dietro ogni slogan che a prescindere vuole la vita a tutti i costi, c'è un piccolo bambino che soffre). 
Certo per capirlo sarebbe stato utile leggere attentamente la sentenza della CEDU, dove tra l’altro è riportato come tutti (persino l’esperto di parte nominato dalla famiglia) ritenessero che ogni tipo di cura sarebbe stato “futile” oltre che “pointless and of no effective benefits”. Si sarebbe potuto scoprire come la tanto millantata cura che attendeva Charlie negli USA era, per bocca dello stesso dottore che avrebbe dovuto somministrarla, niente più che una “theoretical possibility” essendo stata ipotizzata per una mutazione di ben minore entità ma soprattutto non essendo ancora stata testata nemmeno sui ratti (quindi, difendiamo la vita del bambino a prescindere e poi però va bene se viene usato come cavia da laboratorio. Molto bene). 
Per concludere, si sarebbe infine scoperto che è stato disposto che il piccolo Charlie vivesse gli ultimi attimi in ospedale e non a casa per essere meglio seguito e assistito, fino all’ultimo. 
In ultimissima battuta una considerazione: pensare che la vita di un bambino appartenga ai suoi genitori che possono decidere per lui sempre e comunque è un’idea di bislacca patria potestas che sarebbe andata bene forse nell’antica Roma ma che, a conti fatti, è una cretinata.
Non credo ci sarebbe stata questa levata di scudi se il piccolo Charlie fosse stato il giovane John, un 12enne pestato a sangue da mamma e papà tra le mura domestiche, e un meschino giudice, bocca di una fredda e insensibile legge, avesse disposto che fosse portato via da detti genitori, anche contro la loro volontà.
Non penso nemmeno che ci sarebbe stata una tale sollevazione popolare se il piccolo Charlie fosse stato l’ennesimo bambino che i genitori non volevano vaccinare. 
Quello che è successo e che succederà sarà solo nel bene di questo bambino, un bene superiore rispetto alla volontà dei due genitori, del loro amore e della loro legittima, ma infondata, speranza.