29/092013
Sport Alberto Di Guida

In Wenger we trust

Erano anni che volevo scrivere qualcosa su Arsène Wenger, ma non l’ho mai fatto. Siccome il mondo, e soprattutto il mondo del calcio, gira in un certo modo, sapevo che se avessi parlato di lui nel periodo più buio della sua carriera, ben pochi, sentendomi dire quanto è straordinario, mi avrebbero ascoltato. Ma ora che l’Arsenal è tornato dopo anni in testa alla classifica di Premier League, e che ha delle possibilità di arrivare in fondo, si può tentare.

Arsène Wenger è un allentatore francese, nato in Alsazia nel 1949. Alto 193 cm, è stato un medriocre difensore centrale. Tra i professionisti ha giocato solo tre partite nello Strasburgo che vinse il titolo francese nel 1979. Divenne in seguito allenatore, e raggiunse il successo con il Monaco, con il quale vinse un titolo nel 1987 e una Coppa di Francia nel 1991. L’anno successivo fu esonerato dopo un brutto avvio di stagione, e accettò un incarico dal Nagoya Grampus Eight, squadra giapponese che portò dal terzultimo posto nella lega al secondo, e con cui vinse la prestigiosa Coppa dell’Imperatore. Nel settembre 1996, dopo diciotto mesi in Giappone, arrivò la chiamata dell’Arsenal.

Chi era a quel tempo Arsène Wenger? Cos’era l’Arsenal quando arrivò l’alsaziano? E soprattutto, cos’era la Premier League?

Arsène Wenger  era un signor nessuno. Era il primo manager della storia del club a non essere britannico, e, cosa ancora peggiore, portava gli occhiali. Tony Adams, il capitano e colosso difensivo dei Gunners del tempo, disse: “All’inizio ho pensato, ma cosa ne capisce questo francese di calcio? Porta gli occhiali e sembra più un professore di scuola. Non sarà mai come George Graham. Parla almeno inglese?”

Wenger l’inglese lo parlava, oltre al francese, al tedesco, allo spagnolo e al giapponese. E possedeva una laurea in ingegneria ed una in economia. Dopo quell’intervista è stato spesso definito “il Professore”: all’inizio in modo irriverente, alla fine non più.

L’Arsenal a quel tempo era il secondo club più importante d’Inghilterra, ma non dobbiamo pensare che la Premier League fosse quella di oggi. Non era tanto famosa per i campioni che vi giocavano, quanto per i mediani che la facevano da padrone. C’era il problema degli stadi pericolosi, degli hooligan, delle firm, dei fiumi di birra prima, durante, e dopo le partite.  

La prima cosa che Wenger rivoluzionò all’Arsenal, e che col tempo fu copiata da tutti, fu la dieta dei calciatori, che di norma andavano ad ubriacarsi dopo ogni partita.

“La dieta in Inghilterra è spaventosa. Mangiate troppo zucchero, troppa carne, e troppa poca verdura. Bevete tutto il giorno tè con latte, caffè e torte. Se esistesse un mondo fantastico di cose che non dovrebbe mangiare uno sportivo, voi ci vivreste”.

“Ho vissuto due anni in Giappone, ed è stata la miglior dieta che abbia mai fatto. Il loro stile di vita è salutare, tutto ciò che mangiano è verdura bollita, pesce e riso. Niente grassi, niente zucchero. E te ne accorgi perché non c’è nessuno grasso in giro”.

Immaginate cosa abbia voluto dire parlare in questo modo nell’Inghilterra degli anni ‘90. Oggi però non esiste un solo allenatore che la pensi diversamente.

La seconda cosa che Wenger fece fu cancellare la nomea del club.

L’Arsenal veniva definito boring Arsenal, poiché le partite finivano di norma zero a zero, o uno a zero quando segnavano gli avversari. L’alsaziano acquistò per un totale di £20 mln cinque signor nessuno come lui: Dennis Bergkamp, Patrick Vieira, Nicolas Anelka, Emmanuel Petit e Marc Overmars. Giocatori di cui forse avrete sentito parlare.

La prima stagione arrivò terzo, la seconda ottenne il secondo double della storia del club, vincendo Premier League ed F.A. Cup. Ed era diventato così insolito che l’Arsenal non segnasse tre gol a partita, che dopo un misero pareggio uno a uno in casa contro il Middlesbrough, la sua squadra fu fischiata a fine partita. Wenger commentò: “Quando sei abituato a mangiare caviale tutti i giorni è dura tornare alle salsicce”. La sua filosofia è, e sempre sarà, offensiva, perché il calcio per lui non è semplicemente un gioco: “Lo chiedo a voi: qual è la squadra più forte al mondo? Il Brasile. Come giocano? Calcio offensivo. Chi ha vinto tutto l’anno scorso? Il Barcellona. Come giocano? Calcio offensivo. Io non sono contro l’essere pragmatico, perché essere pragmatico vuol dire fare un buon passaggio, non uno cattivo. Qualcuno può dire che limitarsi a calciare la palla verso l’area sia pragmatico semplicemente perché, a volte, accidentalmente funziona? Quando vedo il Barcellona, per me è arte”.

Nonostante ciò, gli anni successivi alla guida dei londinesi furono deludenti: nel 1999 perse il titolo di un punto contro il Manchester United, nel 2000 perse la finale di Coppa Uefa contro il Galatasaray ai calci di rigore. Servivano altri signor nessuno. Per un totale di £30 mln arrivarono: Fredrick Ljiumberg, Thierry Henry, Robert Pires, Sylvain Wiltord e Sol Campbell. Avrete sentito parlare anche di loro qualche volta. Nel 2001-2002 arrivò puntuale il terzo double della storia del club, ma l’anno successivo, dopo una stagione incredibile, l’Arsenal riuscì di nuovo a perdere il titolo in favore dello United. E Wenger divenne l’uomo più deriso dell’anno per aver dichiarato, mentre era ancora in corsa, che: “Non è impossibile vincere il campionato senza subire sconfitte. So che sarà difficile, ma se teniamo l’atteggiamento adatto possiamo farcela”.

L’anno seguente, stagione 2003-2004, la sua squadra passò alla storia come la squadra degli Invincibili, la prima dopo il Preston North End del 1889-1890 a riuscire a vincere il titolo con una striscia di 49 partite senza subire sconfitte.

Brian Clough, il più grande allenatore inglese di tutti i tempi, vincitore tra le altre cose di due Champions League consecutive con il Nottingham Forest, e detentore del precedente record (a cavallo tra due stagioni diverse), disse: “Arsène Wenger è il mio idolo. Se qualcuno merita di battere il mio record, questa persona è certamente lui”. In un’intervista dopo la vittoria, il manager dei Gunners dichiarò: “Rimanere imbattuti in un campionato come la Premier League è davvero incredibile. Voglio vincere la Champions League naturalmente, ma questo titolo è più importante. Qualcosa di incredibile. Se ci ripensi ti chiedi, ma come è possibile? Eppure, se non sei il primo a credere che puoi farcela, allora non hai nessuna chance”. E riguardo al suo metodo, il francese tirò fuori il suo solito aplomb: “Una squadra di calcio è come una bellissima donna. Quando non glielo dici, lei si dimentica di essere bella”.

Dopo quella vittoria, Wenger fece una terza cosa per l’Arsenal.

Si rese conto che, in patria, non aveva altro da vincere. Ma che, d’altro canto, il suo club non poteva competere con le grandi d’Europa. Alla fine era un piccolo club, con un piccolo stadio, e nessun riverbero internazionale. Così, in comune accordo con la società, si fece un piano: vendere tutto e ricominciare. Dopo la vittoria in F.A. Cup del 2005, ultimo trofeo conquistato dai Gunners, partirono i campioni e i primi talenti prodotti dal settore giovanile. Vieira, Pires, Bentley, Pennant, Campbell, Henry, Ljiumberg, Reyes, Diarra, Lehmann, Hleb, Toure, Adebayor, Nasri, Clichy, Fabregas, Song, Van Persie. I soldi incassati servirono in gran parte per coprire i debiti per la costruzione del nuovo stadio. Sul terreno di Highbury furono costruite e vendute delle case.

Dopo otto anni di sconfitte, di cuori infranti e di stelle che passarono ai club rivali, oggi l’Arsenal possiede: uno degli stadi più belli d’Europa, l’Emirates Stadium, un gioiello che registra ogni domenica il tutto esaurito, e che permette al club di incassare £3 mln a partita casalinga; London Colney, uno dei più avanzati centri d’allenamento d’Europa; il secondo settore giovanile più importante d’Europa dopo la cantera del Barcellona; e la più fitta rete di osservatori al mondo.

Dopo otto anni di sacrifici l’Arsenal ha ripianato i debiti, ed ora il suo futuro è scintillante. Viene riconosciuto come una potenza economica del nostro calcio, in regola con le norme del fair play finanziario (di cui Wenger è un paladino, avendo iniziato a parlare per primo di “doping finanziario” nel 2005), ed è in grado, come ha fatto quest’estate, di andare a Madrid, sponda Real, e comprare per £42,5 mln il numero dieci Mesut Özil con le proprie risorse, senza i capitali di qualche sceicco o petroliere.

Otto anni di digiuno sono quindi un fallimento, o un miracolo? E soprattutto, sarebbe stato possibile trasformare un club di periferia in un superclub moderno senza Arsène Wenger? Adesso che il cerchio si è chiuso è difficile dargli torto, ma negli anni di debiti e insuccessi sono piovute le critiche. Definito un allenatore finito, non più in grado di vincere, oppure un manager dal braccino corto, poiché nel calcio di oggi si è convinti che per vincere si debba comprare. L’alsaziano la pensa in maniera totalmente diversa:

Ciò che è incredibile è che mi trovo in una posizione in cui le persone mi rimproverano di fare profitti. I club che perdono soldi, però, non dicono una parola. Rimproverate le persone che perdono soldi! Io faccio business gestendo la società in modo sicuro, sano, e al massimo livello, e voi mi rimproverate di fare soldi. Così sembra che ci troviamo in un business in cui il merito è perdere soldi”.

- Accusato di vendere i suoi migliori talenti alle concorrenti.

“Se hai i  soldi, e trovi il giocatore che ti fa fare la differenza e vincere le partite, allora non importa quanto costi, dovresti comprarlo. Ma non ci sono molti giocatori al mondo in grado di fare davvero la differenza”.

-Accusato di non spendere abbastanza per rafforzare la squadra.

“Il primo trofeo è finire nelle prime quattro”. [posizioni utili per la Champions League]

-Accusato di non vincere niente dal 2005.

“Secondo me quando cambi più di tre giocatori in una squadra stai correndo un rischio tecnico, perché ne cambi la struttura e gli equilibri, mentali e tattici”.

-Accusato di non spendere abbastanza per rafforzare la squadra.

“Non eri una star quando l’Arsenal ti ha comprato”.

-A Patrick Vieira.

“We don’t buy superstars, we make them”.

-Accusato di non spendere abbastanza per rafforzare la squadra.

Nobody is bigger than the club”.

- In risposta a Robin Van Persie, che lo accusava di non avere una mentalità vincente, e sosteneva che senza di lui non avrebbe raggiunto il quarto posto l’anno precedente.

“Non importa quanti soldi puoi guadagnare, puoi solo mangiare tre pasti al giorno e dormire in un solo letto”.

- A Nicolas Anelka, quando passò al Real Madrid.

“Noi cerchiamo di muoverci in un modo diverso, e, secondo me, rispettabile. Stiamo costruendo uno stadio, così ho pensato di prendere giovani giocatori per non trovarmi durante il mercato senza i soldi per competere con gli altri. Costruisco una squadra, e compensiamo creando uno stile di gioco, creando una cultura del club, perché dei ragazzi che arrivano a sedici, diciassette anni, in futuro saranno legati al club perché hanno imparato tutto qui, insieme. Le persone che incontri al college di solito sono quelle con cui resterai in contatto nella tua vita. Questo, credo, ci darà una forza che altri club non hanno”.

-Riguardo alla rifondazione dell’Academy.

Ed eccoci arrivati, in fine, all’ultima cosa che Wenger ha fatto per l’Arsenal: l’Academy.

Come ricorda sempre: “Se ti metti a pensare a tutti i giocatori che non hai preso, impazzisci”. Messi non arrivò insieme a Fabregas per una questione di permesso di lavoro. Van Nistelrooy perché si preferì puntare su Jeffers, uno che non combinò mai nulla. Bale non arrivò perché quella posizione era già occupata da Clichy e Gibbs. Il lavoro va impostato al contrario: chiunque può diventare un campione.

“Credo che una delle cose più belle di essere un manager sia che puoi influenzare la vita delle persone. Non è l’unica parte del mio lavoro, perché la cosa essenziale è vincere la domenica, ma è importante che nel mondo sappiano che noi non ci curiamo solo delle star. Dire ai giocatori che è vero, non sono ancora delle star, ma che possono diventarlo e che gli darò la chance, è molto importante. Ogni star al principio non era altro che uno sconosciuto che aveva talento. Purtroppo nel calcio di oggi ci sono molti più soldi che talento, ma noi come Arsenal siamo fieri di essere un club che da una chanche ai calciatori di tutto il mondo”.

Il numero di giocatori che l’Academy è riuscita a sfornare negli anni è impressionante, soprattutto considerando che, anche se non tutti i calciatori che passano di lì diventano Jack Wilshere, molti riescono comunque ad andare a giocare in Premier o nelle serie minori.

 

  • Nicolas Anelka 17 PSG £500.000 Real Madrid £23.000.000
  • Jermaine Pennant 15 Notts County £2.000.000 Birmingham £5.000.000
  • Kolo Toure 20 Esperance FC £150.000 Manchester City £16.000.000
  • Cesc Fabregas 16 Barcellona £0 Barcellona £35.000.000
  • Robin Van Persie 2o Feyenoord £2.750.000 Manchester Utd £22.000.000
  • Vito mannone 17 Atalanta £350.000 Sunderland £2.000.000
  • David Bentley 12 Academy £0 Tottenham £10.000.000
  • Emmanuel Adebayor 20 Monaco £6.000.000 Manchester City £25.000.000
  • Alexandre Song 17 Bastia £1.000.000 Barcellona £15.000.000
  • Fabrice Muamba 14 Academy £0 Birmingham £2.000.000
  • Justin Joyte 11 Academy £0 Middlesbrough £3.000.000
  • Gael Clichy 18 Cannes £250.000 Manchester City £7.000.000

 

Per spiegare in che modo i giovani vengono fatti crescere, credo non si debba fare altro che usare le parole di Cesc Fabregas, che dopo aver firmato per il Barcellona, dichiarò: “Wenger è stato più che un maestro per me, è stato un padre sportivo. Mi ha dato tutto. Mi ha fatto debuttare a 16 anni, mi ha lanciato in Premier a 17, capitano a 21. Siamo arrivati in finale di Champions nel 2006 contro il mio Barça e mi ha fatto sentire importante, e avevo solo 19 anni... Mi ha fatto maturare, se le cose non andavano bene mi dava fiducia, era positivo. Credo che nel calcio il talento sia fondamentale e poi se ti alleni puoi migliorare, ma è un gioco dove conta tanto il fattore psicologico. Al calciatore serve una persona che ogni giorno gli dica “ho fiducia in te, continua così”, uno che te lo dimostri con le azioni. Wenger è stata quella persona”.

 

Come detto, Wenger ha sollevato l’ultimo trofeo nel 2005. Dire che questo è l’anno giusto è difficile. Certamente le cose sono cambiate, e la concorrenza è diventata spietata. Ma se in tutti questi anni la sua è sempre stata la panchina meno traballante della Premier, se in tutti questi anni lo striscione “In Wenger we trust” è sempre stato esposto ad ogni partita dei Gunners, non è perché i tifosi sono attaccati ad un passato che non c’è più, ma perché Arsène Wenger, il Professore, ha condotto il club come se avesse dovuto farlo per cento anni: dandogli un identità, uno stile, dei principi, delle risorse, e un futuro.